LA FORMA DEL DISSENSO

LA FORMA DEL DISSENSO

4. Artivismo#2

4. Artivismo#2

Non tralascio mai il concetto di Artivismo, ma in questo articolo vorrei fare un piccolo passo indietro per ampliare maggiormente l’orizzonte dei miei interventi.

L’arte, scrivono alcuni, non deve insegnare qualcosa, non deve essere utile. Deve solo fare una cosa: parlare con un linguaggio che possa toccare personalmente chi la guarda o la ascolta. In questo modo, chi ne fruisce è partecipe dell’azione, non se ne sente escluso: è felice, quindi, di vedere che la sua vita è condivisa con altri, che non è solo al mondo.
Un passaggio con un significato molto simile è in un libro di Rick Rubin, musicista ed imprenditore musicale molto conosciuto agli amanti della musica. Il libro si intitola “L’atto creativo. Un modo di essere”. Lui si rivolge perlopiù ai giovani talenti musicali, ma è un libro assolutamente adattabile a qualsiasi arte e molto valido per qualsiasi tipo di artista.

La frase di cui sopra è realistica. L’artista però non crea dal nulla, e da un’arancia spremi un’arancia, come è sottolineato nel libro, cioè, da un artista spremi l’artista stesso.
Generalmente egli è un essere umano più sensibile, più attento al mondo che lo circonda, ed è quindi inevitabilmente influenzato dal luogo in cui opera, dalla società in cui vive, dalle condizioni in cui versa.
La vita non è attorno a noi, siamo tutt’uno con essa. L’artista non mostra un fatto, una persona, un evento. Egli mostra sé in quell’evento ed in quel ritratto.

Quindi, anche se io espongo una fotografia di un barcone pieno di emigranti, coinvolgo lo spettatore con un carico emotivo (lo spettatore sensibile, che è andato a vedere la mostra).
Lui, lo spettatore, i migranti li vede anche nel quotidiano, ma non riesce a solidarizzare con loro, perché sono distanti, estranei, non appartengono al SUO mondo (egli crede…). La foto invece glieli sbatte in faccia, alla mostra. Così non può scappare. Li DEVE vedere. E certamente non si sente solo, perché li condivide con tutti noi nel quotidiano.
Ma in questo modo ho fatto anche della CRONACA, ho prodotto una azione UTILE per la coscienza, utile per il cambiamento, utile per non lasciare assopire le reazioni di fronte alla iniquità delle scelte umane.

(Noi artisti) Possiamo creare solo in due modi: compartecipi del genere umano e della sua condizione universale oppure allontanando ogni prosaica espressione di esso, marchiando in modo perimetrale la nostra arte come “indipendente” dall’atto politico. Indipendente perché di ELITARIA concezione, che non si sporca di fatti concreti.

Perciò mi domando: qual è il fine (se c’è) di questi artisti? Dov’è, che si avvicinano e toccano personalmente lo “spettatore”? Ditemelo voi, Artisti.

3. Artivismo#1

3. Artivismo#1

Artivismo, dunque. Il sottotitolo del libro del professor V. Trione “Artivismo: Arte, Politica, Impegno”, che io consiglio caldamente a tutti coloro che si interessano di arte, ben definisce i tre campi con cui io ritengo un artista d’oggi dovrebbe confrontarsi: ARTE (non diamola per scontata), POLITICA, IMPEGNO.

L’artista dovrebbe recepire tutto ciò che normalmente un essere umano non arriva a sentire più a causa delle sollecitazioni economiche e della azione (Stimoli! Stimoli! Stimoli!) perdendo quindi i tempi della meditazione, dello studio e della lentezza. Egli, messo di fronte alla realtà, se si pone con l’animo aperto, senza chiusure culturali, senza regole prefissate, senza scopi edonistici, può trovare l’ispirazione per la creazione di un atto performativo o tangibile: esplora e scopre materialmente manufatti d’arte che impattano e sortiscono presupposti per un miglioramento mentale e quindi materiale della società tutta.

L’arte è politica, e chi decide di non fare politica con l’arte ha già compiuto un atto politico. Quindi l’arte sociale non è arte di second’ordine alla arte pura, ma ne è, a mio parere, il compimento finale. Un atto creativo è SEMPRE un atto politico.

Io credo che la spinta innovativa data dagli artisti sociali contemporanei sia forse superiore a quella di chi ha iniziato già nei primi del Novecento. Ovviamente non sono tutti ma sono tanti, coloro che veramente “si sporcano” l’anima ed il corpo partecipando attivamente alla nascita di un atto creativo “politicizzato” efficace.
Pensando al Novecento, il primo atto di questo tipo che sicuramente si percepisce di forte impatto politico e di sostanziale effetto sull’opinione pubblica è “Guernica” di P. Picasso.
Tanti conoscono il quadro, pochi sanno che Picasso ha risposto ad una richiesta di “intervento artistico” dei repubblicani spagnoli, compiendo un’azione con audacia inconsueta in una lotta per la libertà che stava mietendo vittime su tutti i fronti.

In questo particolare caso, Guernica fu bombardata come atto intimidatorio dalla Luftwaffe. Sono morte in molti, sterminati dalle bombe sganciate dagli aerei tedeschi, presenti nel quadro.
Era perlopiù una città di civili, e lo si legge nel dipinto, dove vediamo donne, bambini e uomini a terra.
In tempi non facili, un artista si è messo di fronte ad un atto politico prorompente, prendendo le parti di una delle due maggiori rivendicazioni allora insistenti in Spagna. L’altra erano i Nazionalisti. Ma che si sappia, non è stato chiesto a nessun artista di tale fede di creare un’opera d’arte di tale entità a gloria dei suoi appartenenti.

C’è da dire che un artista è emblematico di un’altra parola: LIBERTA’. Difficilmente si troverà dalla parte opposta a questa linea. L’Artivismo continua….

2. Arte per chi?

2. Arte per chi?

Quando ho iniziato seriamente ad occuparmi di Arte, riducendo ogni altra attività al minimo vitale, la priorità immediata è stata quella di realizzare manufatti con l’obiettivo di incidere con una “Propaganda Emozionale” legata ai fatti socialmente in cronaca.
Uno spirito interiore, rivolto il più possibile verso l’esterno, si è fatto strada nel mio mondo creativo. Perseguendo questo fine, i modus operandi si sono rivelati molteplici, diversi per ogni tema che mi ha coinvolto.

Cerco i materiali adatti alla fruizione del gesto, all’azione senza forzature; per ampliare il più possibile un orizzonte sempre più lontano (il presente ed il futuro) che va responsabilmente osservato e mai perso di vista.

Guardare e non Toccare, non per comando, ma per impossibilità fisica e mentale ad essere e vivere in quei luoghi o con quelle persone che fanno parte dell’Umanità, devastati o sollecitati ad una vita cui non aspirano, spinti ad accettare senza alternative. Continuo a sentirmi sempre più ferita dalle azioni disconnesse e autolesive che l’essere umano compie verso il proprio nido, la propria terra, il proprio ambiente naturale.
Il tutto ovviamente, legato a doppio nodo.

Quindi osservo, a lungo. E sono devastata all’idea di essere solo stata molto fortunata ad essere parte di una società dove posso andare a dormire senza un’arma accanto, dove tutti i giorni della mia vita posso mangiare più volte al giorno, dove posso essere curata da una sanità pubblica (Anche se, negli ultimi anni, molti non sarebbero d’accordo, con la mia piena comprensione).

Questa stessa società, però, è anche quella che sta devastando altre risorse, umane e ambientali, che inevitabilmente si piegherà alle diverse sorti dell’economia globale. Specie nella prosecuzione delle guerre in atto.

Al momento sono e mi sento così fortunata che la voglia di impattare con questo scopo si è fatta strada irrompendo come la rottura di una diga; senza freni, senza ostacoli, senza filtri. Ne è venuto fuori quella che si potrebbe definire Arte Sociale nella sua accezione prettamente Politica. O qualcosa che si avvicina molto a questa definizione, arrecando un fastidioso disturbo concettuale a coloro che ancora ritengono che l’arte debba essere elitaria, lontano dall’umano prosaico.

Io sono una neofita  in questo senso- così ho cominciato a studiare, conoscere, interiorizzare, a guardare con occhio critico, ad imparare a tradurre le opere d’arte (e le azioni) che quest’arte produce.
Ci sono molti artisti, conosciuti o meno, che si rendono consapevoli delle loro azioni, che si responsabilizzano rispetto al mondo, e scelgono di praticare apertamente la denuncia politica; video, azioni performative, quadri, aiuti reali.

Vi racconterò questo presente ricchissimo, prendendo spunto proprio dalle letture macinate nel tempo,

Una su tutte, il libro “Artivismo – Arte, Politica, Impegno” di V.Trione.

“Politica/Correnti/Emigrazione” – di EKart

“Politica/Correnti/Emigrazione” – di EKart

Poetica dell’opera

L’afflusso migratorio combatte. Lotta per la vita.
E perde, quasi mai vince.
Siamo guidati come pecore dai lupi, e diventiamo lupi noi stessi, ma senza denti.
Non combattiamo, così la cattiva politica si rompe e crea flussi e correnti discontinue in cui si sviluppano ostacoli pericolosi.
È quella goccia che muove l’acqua e in cui ci riflettiamo, colpevoli di guardare solo noi stessi
.”

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Ci sarà tempo in cui tutti saremo migranti. lo siamo già stati e torneremo ad esserlo.
Questa consapevolezza deve guidare i popoli. Ma non c’è. Continuiamo a vedere solo i nostri percorsi, le nostre barriere, i nostri muri.
Ciò mi ricorda un libro, “Il vero nome di Rosamund Fischer“, di Simona Dolce, ed. Mondadori. In questo libro si racconta la vita della famiglia di Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz. In particolare è descritto il mondo “al di qua del muro”, alto 4 mt, che divideva la famiglia dai prigionieri.
Il libro trae ispirazione dalla lunga frequentazione, durata anni, seguita alla lunga intervista del giornalista Thomas Harding (qua il video promozionale del suo libro “Il comandante di Auschwitz“), alla figlia Inge-Brigitte Hoss. Nelle note del libro sono contenute, nell’ultimo capitolo, tutte le fonti del racconto.

Me lo ricorda, perché si descrive un muro alto appunto 4mt, che non permetteva ai bambini di vedere cosa accadeva, ma non poteva fermare il rumore, l’odore dei corpi bruciati, le urla che c’erano nel campo.
Senza che ci siano le stesse condizioni, fortunatamente, (riferito alla unicità della Shoah) noi viviamo al di qua del muro di indifferenza e chiusura di cui ci circondiamo.

Malte Herwig in una intervista succeduta alla uscita del film “La Zona di Interesse“, (che prende spunto dal libro omonimo, di Martin Amis), disse questa frase:
possiamo fare qualcosa prendendoci più cura delle persone con cui dobbiamo convivere. Coinvolgiamoci di più nella vita degli altri senza giudicare subito. Abbiate meno paura del cambiamento, ma osservate più da vicino quando qualcosa cambia.”

Non distogliamo lo sguardo.

Tecnica e Vendita

L’esecuzione di questa opera, di 170cm x 120cm, del peso di 22kg, è durata circa sei mesi.
E’ composta da più materiali, su cui per ogni strato c’è stata una laboriosa lavorazione.
Ha due supporti, di cui l’ultimo è una lastra in dibond di 3mm. Ha una superficie delicata ma la struttura è molto forte. La sua realizzazione in termini di progettazione è stata complessa per la motivazione che ha spinto l’artista a crearla.
E’ un’opera unica e certificata.
L’artista è a disposizione al contatto E-mail ekart.arte@gmail.com per ulteriori informazioni e vendita.

1. Perchè un Blog

1. Perchè un Blog

Ci possono essere giorni sicuramente migliori per iniziare a fare qualcosa di utile. Giorni in cui non ci sono “guerre così importantida conquistare un posto nei quotidiani nostrani, o quelli in cui l’acqua è ancora a disposizione dei “paesi ricchi, per cui non occupa un posto nei quotidiani nostrani…..
Ma non ci sono, questi giorni.

Ho deciso dunque di realizzare un blog, in questo momento, nel tentativo di unire l’Arte (o come direbbe A. Warhol: l’”arte arte“) all’argomento sociale (vedi sopra) ed alla sua comunicazione, tramite una visione di diversa autonomia che unisce appunto questa pratica a chi genera arte. Magari avvicinando un pubblico maggiore al CONTEMPORANEO, perché applicato al reale.

Una parola sicuramente abusata, ARTE CONTEMPORANEA. Perché si perde di vista spesso il significato di questo termine, inglobando tutto ciò che già esiste nell’arte classica e nell’arte moderna in chiave attuale: come l’arte che si fa “nuova” sul vecchio.
Nuove interpretazioni delle tecniche applicate alle produzioni precedenti. Con pessimi esempi: ricicli di eleganti statue antiche in chiavi di lettura diverse (che barba che noia), o le avanguardie riciclate degli anni 70, l’art brut, l’arte astratta, l’arte metafisica, il segno, il vuoto.
Eppure abbiamo esempi in chiave innovativa, che con il loro utilizzo creano composizione di visione contemporanea (vedi il grande Pistoletto).

È più facile, forse, creare una mostra realizzata su un mezzo tecnico conosciuto? Perché continuiamo a vedere sempre i soliti noti nelle grandi mostre? Ed è questo il motivo per cui, con una solida base di richiamo a correnti già conosciute, gallerie meno note si riservano produzioni senza sorprese e quindi senza contemporaneità?

Ma soprattutto, perché una ARTE di difficile lettura?
L’Arte Contemporanea dovrebbe (DEVE) rispecchiare ciò che viviamo al momento, avere un impulso di appartenenza, di coesione, di coinvolgimento. Un gesto innovativo, anche estemporaneo, una breccia verso l’ignoto, una profonda attualità.

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Pur essendo io un artista (semi)sconosciuta, un minimo ingranaggio in un grande meccanismo, esprimo il mio pensiero personale su un sistema che io sento troppo autoreferenziale e che mal si dispone, sdoganando qualunque gesto scioccante.

Invito tutti coloro che leggono ad intervenire in questi articoli, a dire la loro. Questo perché credo nel contraddittorio e quindi spero nella reazione di artisti/e come me che vogliono esprimere il loro pensiero o addirittura creare nuovi modi espressivi plurali.