Nella contemporaneità odierna è presente una attività politico/sociale che si concretizza nel “fare artistico”. Ce ne sono vari esempi, come quello dell’Artista JR, vincitore del premio TED Prize 2011, con il progetto INSIDE OUT del 2011, nel link ben spiegato. (“INSIDE OUT 2” è stato presentato, nuovamente, nel 2023).
La sua è chiamata ARTE PERVASIVA, e il progetto “Inside Out” ha offerto alle persone di tutto il mondo la possibilità di partecipare autonomamente ad una azione di arte pubblica sotto forma di ritratti in bianco e nero che sono stati ingranditi e incollati su spazi urbani. E non è una azione individuale, ma COLLETTIVA. Serve a portare da DENTRO a FUORI una forma di partecipazione artistica che si mostra su grandi muri di luoghi difficili o simbolici. L’artista JR è un eclettico e straordinario essere umano in grado di creare qualcosa di così solidaristico da essere premiato dall’UNESCO. Recentemente ha creato un’opera alla stazione di Milano, “La Nascita”, gennaio 2024. Un’opera dedicata in questo caso alla storia della stazione, con il traforo del Sempione stampato su grandi pannelli.
Perché descrivo questo personaggio? Perché è un ARTIVISTA, ovviamente. Si definisce tale, e lo è, perché è riuscito a collaborare con altri artisti ma soprattutto con altre persone, le stesse che poi ha esposto sui muri delle città scelte, per motivazioni politiche e sociali.
La TATEdefinisce l’artista attivo (in questo link) “L’arte attivista mira a dare potere agli individui e alle comunità e si colloca generalmente nell’arena pubblica, dove gli artisti lavorano a stretto contatto con una comunità per generare l’arte.”
Stiamo attraversando un periodo di sempre maggiori grandi imposizioni, paure, ingiustizie, guerre; il digitale nel bene e nel male aiuta a cambiare la mente e la realtà in maniera distorta perché usato anche da persone senza scrupoli. L’arte DEVE essere un faro in questo spazio confuso dove tutti si scontrano con tutti per mancanza di luce.
Possiamo, noi artisti, ancora rifugiarci nella “confort zone” dell’intellettualismo, della poetica fine a se stessa, nella ricerca spasmodica del concettualismo puro? Possiamo, dalla parte opposta, ancora aggrapparci alla arte astratta, all’espressionismo astratto, all’arte Brut, a quella istintiva?? Secondo me NO è per entrambe le opzioni. Mi permetto di dire che l’arte astratta ha perso il suo significato originario ed è diventata una cosa decorativa per pareti ed ornamentale per case poco “illuminate”.
Continuo a leggere un libro molto interessante scritto dall’esimio professoreMassimo Recalcati, “Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti”, Milano, Feltrinelli, 2016. Libro che ha ormai una certa età, quando si parla d’arte, ma non è mai tempo buttato via, questo passato così ricco di fronte ad un presente che lo è molto meno…. Parla di nove GRANDI artisti e dal suo punto di vista, di filosofo e psicoanalista, del loro lavoro, della loro poetica, del loro pensiero.
Quello che è interessante è appunto questo approccio, da persona non inserita nel sistema dell’arte. il suo è un contributo realmente efficace proprio per la sua lontananza dalla critica. Personalmente trovo delle contraddizioni nella esposizione, dovute al fatto che, in qualunque modo l’artista crei qualcosa, egli rappresenta SEMPRE qualcosa.
Ma l’esimio professore ha esposto invece in bellissime ed interessanti evoluzioni concettuali che esistono “prodotti” artistici che non rappresentano nulla, né simbolicamente né tautologicamente. Non sono d’accordo. Anche per rappresentare il vuoto, lo spazio, la memoria senza oggetti, gli artisti citati usano SIMBOLI.
Dico tutto questo perché l’epoca della stesura del libro non coincide con l’avvento degli Artivisti (“sottospecie” di artisti che usano SEMPRE simboli), non ce ne è ancora traccia evidente. Eppure, come nei decenni passati, questi artisti sono una nuova fonte per l’arte, che è cambiata proprio grazie alle innovazioni. INNOVAZIONE è una parola che non sento e non vedo esposta, non è abbastanza legata all’arte contemporanea, che ancora si affida al sistema ECONOMICO dell’arte.
Il quale è ancora basato sulla grande distanza che deve esserci tra l’ARTE ARTE e la società tutta. Io so che se si parla troppo di un’opera, la si spiega, la si sviscera (come d’altronde fa anche M. Recalcati nel libro citato, contraddicendo proprio ciò che affermano gli artisti stessi) quell’opera perde di “AURA”, di “PHATOS”, come direbbe Claudio Parmiggiani, uno dei GRANDI nove artisti descritti.
Ma se si crea un’opera troppo introspettiva o troppo intellettualistica, che parla solo a sé stessa: se il pubblico non capisce ma si attiene alla scarna “spiegazione” di curatori ben attenti a creare AURA virtuale, anziché reale, perchè creare?
Il periodo attuale non è facile, la lettura è quasi obsoleta, il libro è quasi “inutile”. Perché c’è Internet. Una reale volontà di comprensione è ormai persa in un mare di nozioni sparpagliate che creano una torta di individualismo confezionato secondo le proprie ricerche dalle società orwelliane del digitale. Come fa una persona ad apprezzare l’arte arte SENZA essere un intellettuale? Senza andare a fondo delle cose, senza conoscere “il mistero delle cose”?
E allora torniamo SEMPRE alla domanda finale. Ma allora non abbiamo scelta? Dobbiamo creare per estetica, per piacere a qualcuno, per far vendere quadri ad altri?
NO. Non dobbiamo. Non possiamo. Non vogliamo. [cit.]
La vita è un dono inaspettato, aperto e conciliante, ma noi facciamo di tutto per renderla chiusa, limitata ed ostile.
Quando ero bambina avevo una bambola che amavo moltissimo; un giorno non l’ho amata più. Eppure, era sempre lei. Ma io no. Ad un tratto ho guardato la bambola senza provare un minimo desiderio di possessione. l’ho abbandonata su una panchina nella speranza che un’altra bimba o bimbo la prendesse e la amasse, perché io non la amavo più. Le nostre cose son piene della nostra vita. Sono veicoli in piena attività di ricordi e passioni sempre in movimento. Possono influenzare chi li possiede e regalare pensiero nuovo. I giocattoli dovrebbero viaggiare USATI. Essere comprati USATI. Senza possesso, senza spreco. Per viaggiare altri mondi immaginari. Tutte le cose dovrebbero avere più “vite”. Ci potremmo scollare di dosso la pelle del nostro passato per regalare un vento sconosciuto a chi è in ascolto…
Ma non è così. Non conosco famiglia che a Natale non cerchi in tutti i modi di spendere più soldi possibile, perché è necessario un consumo di valore. E se trovi un pensiero che ti è piaciuto, ma è economicamente di basso profilo, hai paura di essere appellato come quello che non ha voluto spendere abbastanza. Una mercificazione continua ed inappellabile. Vali quanto hai e quanto mostri di avere.
Ieri ero alla finestra e guardavo le nubi correre. Ho pensato alla mia fortuna. Sono nata in un posto dove posso guardare dalla finestra senza paura di vedere un ordigno piombarmi addosso; senza paura di essere colpita da un fucile per errore, per uno scambio di persona o per una pallottola vagante. Posso perfino aprirla, la finestra. Nessuno mi ordinerà di chiuderla. Sono in quella parte del mondo dove tutto o troppo è permesso. Mi alzo tutti i giorni e posso scegliere cosa fare: mangiare, bere, dormire, lavorare, scrivere, camminare, perché posso vivere una vita piena senza il dolore della continua perdita.
Un disastro provocato dalla guerra è intuitivo, quanto possa essere catastrofico in qualunque parte del mondo, e in occidente cosa succederebbe, tra questa umanità abituata all’abbondanza di tutto?
Noi viviamo nell’indifferenza del sovrappiù, del mio, del voglio; noi, abituati alla lamentazione per oggetti o servizi non necessari, cosa potremmo mai fare, abituati a “FAR FARE” ad altri ciò che è invece necessario? Intendo che nella maggior parte di questa umanità non c’è più l’obiettivo di imparare ad essere pratici, di costruire qualcosa insieme ad altri, di essere aiutati, di scambiare saperi, di sostituire l’acquisto con una capacità di dimensionare il necessario e riutilizzare il già avuto. Ma neanche i mestieri, come fosse una follia, saper fare l’idraulico, il parrucchiere, il sarto, il calzolaio, il fabbro, il falegname.
Come potrebbe, l’uomo occidentale, riuscire a sopravvivere senza i riferimenti attuali; cosa farebbe, nel cercare di avere qualcosa che gli è necessario per la vita o anche solo per il suo futuro? Quanti esseri viventi potrebbe calpestare, senza un tetto sulla testa? Non dobbiamo prepararci alla guerra, dobbiamo prepararci a condividere ed amare di più, perché le guerre cessino.
E questo si può fare solo se una società basata sul possesso, su una economia falcidiante, di consumo obbligato, di menti infilate in binari digitali creati da chi ha più potere di scambio, capisca il limite e si fermi a considerare una società come tale, ossia una comunità di individui che collaborano tra loro. Questo benessere dipende da fattori troppo distanti dalla nostra possibilità di intervento. Comprenderlo è un primo passo per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo ed utile ad una comunità, oltre che per se stessi.
“Il corpo della donna è un tempio antico, un luogo sacro dove tutti possono vivere uno spazio vitale. La Sua Purezza è nell’Essere, senza pieghe nascoste, la Sua Presenza costante, mai ingombrante; ella occupa uno spazio infinito senza riserve di contaminazioni. In un mondo in bianco e nero spicca come il colore Rosso: o lei è bersaglio o lo spazio si fa nemico. Noi siamo lei, quella larga parte di umanità che crea mondi alternativi, in cui la poesia e l’umana bellezza sono sovrani, dove non ci sono prigioni per il pensiero condiviso, né per la LIBERTA’ della disuguaglianza.”.
Ekart
Chi o cosa decide che tu sia donna? Non è dato saperlo. Puoi esserlo fisicamente dalla nascita o esserlo successivamente. In questo caso, il corpo della donna è quello che nell’immaginario collettivo è portatore di vita, è come la Madonna: mansueta, familiare, bonaria, un vero angelo del focolare. Allora, perché, se questo stereotipo è andato avanti fino ad ora, gli uomini feriscono le donne fisicamente, mentalmente, ne tarpano le capacità umane, fisiche, psicologiche e comportamentali? Dal momento in cui le suffragette alzarono la testa, tutto questo è peggiorato. Non nato, non nuovo. Peggiorato. Più le donne si sono prese lo spazio (fisico e mentale) che è loro di diritto, più le azioni degli uomini sono diventate muscolari, fisiche e di potere.
La discriminazione sessuale porta ad una valutazione sempre sminuente della donna, intesa fisicamente come una “appendice” dell’uomo, perchè, come ha giustamente sottolineato Michela Murgia, la società nasce e progredisce con il mito “dell’uomo bianco eterosessuale”.
In questo bell’articolo di Elisabetta Moro, “Femministe, come Michela Murgia“, è ben descritto l’atteggiamento politico e di ferma posizione a sostegno del femminismo intersezionale della scrittrice, con analisi puntuali della società passata e presente. Il libro “Stai Zitta“ appunto di Michela Murgia, esprime parole e concetti da stampare sulle magliette, per i più giovani, da fare dei meme perenni.
Grande Michela, non ci sei più nel corpo ma continui a vivere nell’etere, nella parola, nel web, ovunque.
Un film particolare, di un produttore indipendente, “Dio è donna e si chiama Petrunya“, regia di Teona Strugar Mitevska. Questo film è del 2019, scritto diretto ed interpretato da donne. Scava nella tradizione maschilista, che copre sia religiosamente che socialmente la discriminazione sessuale, in contesto sicuramente arcaico e poco evoluto, ma non per questo giustificante del fatto, che è realmente accaduto.
Guardatelo, è una commedia amara.
La Purezza e la Presenza accompagnano la mia interpretazione: Purezza nell’essere, senza pieghe nascoste, Presenza costante, mai ingombrante.
Elaborazione digitale di fotografie di EKart. Il soggetto è la Donna. Come azione ARTIVISTICA io denuncio la discriminazione sessuale.
La Purezza e la Presenza accompagnano la mia interpretazione: Purezza nell’essere, senza pieghe nascoste, Presenza costante, mai ingombrante.
Elaborazione digitale di fotografie di EKart. Il soggetto è la Donna. Come azione ARTIVISTICA io denuncio la discriminazione sessuale.
Progetto “Feminin” Serie di 15 immagini dedicate alla DONNA.
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Elaborazione digitale di fotografie di EKart. Il soggetto è la Donna. Come azione ARTIVISTICA io denuncio la discriminazione sessuale.
Tecnica e Vendita
La tecnica digitale è creata ex novo per l’esecuzione dell’immagine risultante , variando alcuni parametri nella elaborazione della fotografia, sempre originale di proprietà dell’autore. Su alcuni quadri, di misura 100*70 o similiari, viene applicato uno strato di pittura o inserito un elemento fisico. Ogni quadro è una opera UNICA CERTIFICATA. Non si stampano altre copie una volta venduta l’opera. L’artista è a disposizione al contatto E-mail ekart.arte@gmail.com per ulteriori informazioni e vendita.
Non tralascio mai il concetto di Artivismo, ma in questo articolo vorrei fare un piccolo passo indietro per ampliare maggiormente l’orizzonte dei miei interventi.
L’arte, scrivono alcuni, non deve insegnare qualcosa, non deve essere utile. Deve solo fare una cosa: parlare con un linguaggio che possa toccare personalmente chi la guarda o la ascolta. In questo modo, chi ne fruisce è partecipe dell’azione, non se ne sente escluso: è felice, quindi, di vedere che la sua vita è condivisa con altri, che non è solo al mondo. Un passaggio con un significato molto simile è in un libro di Rick Rubin, musicista ed imprenditore musicale molto conosciuto agli amanti della musica. Il libro si intitola “L’atto creativo. Un modo di essere”. Lui si rivolge perlopiù ai giovani talenti musicali, ma è un libro assolutamente adattabile a qualsiasi arte e molto valido per qualsiasi tipo di artista.
La frase di cui sopra è realistica. L’artista però non crea dal nulla, e da un’arancia spremi un’arancia, come è sottolineato nel libro, cioè, da un artista spremi l’artista stesso. Generalmente egli è un essere umano più sensibile, più attento al mondo che lo circonda, ed è quindi inevitabilmente influenzato dal luogo in cui opera, dalla società in cui vive, dalle condizioni in cui versa. La vita non è attorno a noi, siamo tutt’uno con essa. L’artista non mostra un fatto, una persona, un evento. Egli mostra sé in quell’evento ed in quel ritratto.
Quindi, anche se io espongo una fotografia di un barcone pieno di emigranti, coinvolgo lo spettatore con un carico emotivo (lo spettatore sensibile, che è andato a vedere la mostra). Lui, lo spettatore, i migranti li vede anche nel quotidiano, ma non riesce a solidarizzare con loro, perché sono distanti, estranei, non appartengono al SUO mondo (egli crede…). La foto invece glieli sbatte in faccia, alla mostra. Così non può scappare. Li DEVE vedere. E certamente non si sente solo, perché li condivide con tutti noi nel quotidiano. Ma in questo modo ho fatto anche della CRONACA, ho prodotto una azione UTILE per la coscienza, utile per il cambiamento, utile per non lasciare assopire le reazioni di fronte alla iniquità delle scelte umane.
(Noi artisti) Possiamo creare solo in due modi: compartecipi del genere umano e della sua condizione universale oppure allontanando ogni prosaica espressione di esso, marchiando in modo perimetrale la nostra arte come “indipendente” dall’atto politico. Indipendente perché di ELITARIA concezione, che non si sporca di fatti concreti.
Perciò mi domando: qual è il fine (se c’è) di questi artisti? Dov’è, che si avvicinano e toccano personalmente lo “spettatore”? Ditemelo voi, Artisti.
Artivismo, dunque. Il sottotitolo del libro del professor V. Trione “Artivismo: Arte, Politica, Impegno”, che io consiglio caldamente a tutti coloro che si interessano di arte, ben definisce i tre campi con cui io ritengo un artista d’oggi dovrebbe confrontarsi: ARTE (non diamola per scontata), POLITICA, IMPEGNO.
L’artista dovrebbe recepire tutto ciò che normalmente un essere umano non arriva a sentire più a causa delle sollecitazioni economiche e della azione (Stimoli! Stimoli! Stimoli!) perdendo quindi i tempi della meditazione, dello studio e della lentezza. Egli, messo di fronte alla realtà, se si pone con l’animo aperto, senza chiusure culturali, senza regole prefissate, senza scopi edonistici, può trovare l’ispirazione per la creazione di un atto performativo o tangibile: esplora e scopre materialmente manufatti d’arte che impattano e sortiscono presupposti per un miglioramento mentale e quindi materiale della società tutta.
L’arte è politica, e chi decide di non fare politica con l’arte ha già compiuto un atto politico. Quindi l’arte sociale non è arte di second’ordine alla arte pura, ma ne è, a mio parere, il compimento finale. Un atto creativo è SEMPRE un atto politico.
Io credo che la spinta innovativa data dagli artisti sociali contemporanei sia forse superiore a quella di chi ha iniziato già nei primi del Novecento. Ovviamente non sono tutti ma sono tanti, coloro che veramente “si sporcano” l’anima ed il corpo partecipando attivamente alla nascita di un atto creativo “politicizzato” efficace. Pensando al Novecento, il primo atto di questo tipo che sicuramente si percepisce di forte impatto politico e di sostanziale effetto sull’opinione pubblica è “Guernica” di P. Picasso. Tanti conoscono il quadro, pochi sanno che Picasso ha risposto ad una richiesta di “intervento artistico” dei repubblicani spagnoli, compiendo un’azione con audacia inconsueta in una lotta per la libertà che stava mietendo vittime su tutti i fronti.
In questo particolare caso, Guernica fu bombardata come atto intimidatorio dalla Luftwaffe. Sono morte in molti, sterminati dalle bombe sganciate dagli aerei tedeschi, presenti nel quadro. Era perlopiù una città di civili, e lo si legge nel dipinto, dove vediamo donne, bambini e uomini a terra. In tempi non facili, un artista si è messo di fronte ad un atto politico prorompente, prendendo le parti di una delle due maggiori rivendicazioni allora insistenti in Spagna. L’altra erano i Nazionalisti. Ma che si sappia, non è stato chiesto a nessun artista di tale fede di creare un’opera d’arte di tale entità a gloria dei suoi appartenenti.
C’è da dire che un artista è emblematico di un’altra parola: LIBERTA’. Difficilmente si troverà dalla parte opposta a questa linea. L’Artivismo continua….