LA FORMA DEL DISSENSO

LA FORMA DEL DISSENSO

5. Artivismo#3 – Attivismo di pensiero

5. Artivismo#3 – Attivismo di pensiero

La vita è un dono inaspettato, aperto e conciliante, ma noi facciamo di tutto per renderla chiusa, limitata ed ostile.

Quando ero bambina avevo una bambola che amavo moltissimo; un giorno non l’ho amata più. Eppure, era sempre lei. Ma io no. Ad un tratto ho guardato la bambola senza provare un minimo desiderio di possessione.
l’ho abbandonata su una panchina nella speranza che un’altra bimba o bimbo la prendesse e la amasse, perché io non la amavo più.
Le nostre cose son piene della nostra vita. Sono veicoli in piena attività di ricordi e passioni sempre in movimento. Possono influenzare chi li possiede e regalare pensiero nuovo.
I giocattoli dovrebbero viaggiare USATI. Essere comprati USATI. Senza possesso, senza spreco. Per viaggiare altri mondi immaginari. Tutte le cose dovrebbero avere più “vite”. Ci potremmo scollare di dosso la pelle del nostro passato per regalare un vento sconosciuto a chi è in ascolto…

Ma non è così. Non conosco famiglia che a Natale non cerchi in tutti i modi di spendere più soldi possibile, perché è necessario un consumo di valore. E se trovi un pensiero che ti è piaciuto, ma è economicamente di basso profilo, hai paura di essere appellato come quello che non ha voluto spendere abbastanza. Una mercificazione continua ed inappellabile. Vali quanto hai e quanto mostri di avere.

Ieri ero alla finestra e guardavo le nubi correre. Ho pensato alla mia fortuna. Sono nata in un posto dove posso guardare dalla finestra senza paura di vedere un ordigno piombarmi addosso; senza paura di essere colpita da un fucile per errore, per uno scambio di persona o per una pallottola vagante.
Posso perfino aprirla, la finestra. Nessuno mi ordinerà di chiuderla.
Sono in quella parte del mondo dove tutto o troppo è permesso. Mi alzo tutti i giorni e posso scegliere cosa fare: mangiare, bere, dormire, lavorare, scrivere, camminare, perché posso vivere una vita piena senza il dolore della continua perdita.

Un disastro provocato dalla guerra è intuitivo, quanto possa essere catastrofico in qualunque parte del mondo, e in occidente cosa succederebbe, tra questa umanità abituata all’abbondanza di tutto?

Noi viviamo nell’indifferenza del sovrappiù, del mio, del voglio; noi, abituati alla lamentazione per oggetti o servizi non necessari, cosa potremmo mai fare, abituati a “FAR FARE” ad altri ciò che è invece necessario?
Intendo che nella maggior parte di questa umanità non c’è più l’obiettivo di imparare ad essere pratici, di costruire qualcosa insieme ad altri, di essere aiutati, di scambiare saperi, di sostituire l’acquisto con una capacità di dimensionare il necessario e riutilizzare il già avuto.
Ma neanche i mestieri, come fosse una follia, saper fare l’idraulico, il parrucchiere, il sarto, il calzolaio, il fabbro, il falegname.

Come potrebbe, l’uomo occidentale, riuscire a sopravvivere senza i riferimenti attuali; cosa farebbe, nel cercare di avere qualcosa che gli è necessario per la vita o anche solo per il suo futuro? Quanti esseri viventi potrebbe calpestare, senza un tetto sulla testa? Non dobbiamo prepararci alla guerra, dobbiamo prepararci a condividere ed amare di più, perché le guerre cessino.

E questo si può fare solo se una società basata sul possesso, su una economia falcidiante, di consumo obbligato, di menti infilate in binari digitali creati da chi ha più potere di scambio, capisca il limite e si fermi a considerare una società come tale, ossia una comunità di individui che collaborano tra loro.
Questo benessere dipende da fattori troppo distanti dalla nostra possibilità di intervento. Comprenderlo è un primo passo per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo ed utile ad una comunità, oltre che per se stessi.

Buona vita

4. Artivismo#2

4. Artivismo#2

Non tralascio mai il concetto di Artivismo, ma in questo articolo vorrei fare un piccolo passo indietro per ampliare maggiormente l’orizzonte dei miei interventi.

L’arte, scrivono alcuni, non deve insegnare qualcosa, non deve essere utile. Deve solo fare una cosa: parlare con un linguaggio che possa toccare personalmente chi la guarda o la ascolta. In questo modo, chi ne fruisce è partecipe dell’azione, non se ne sente escluso: è felice, quindi, di vedere che la sua vita è condivisa con altri, che non è solo al mondo.
Un passaggio con un significato molto simile è in un libro di Rick Rubin, musicista ed imprenditore musicale molto conosciuto agli amanti della musica. Il libro si intitola “L’atto creativo. Un modo di essere”. Lui si rivolge perlopiù ai giovani talenti musicali, ma è un libro assolutamente adattabile a qualsiasi arte e molto valido per qualsiasi tipo di artista.

La frase di cui sopra è realistica. L’artista però non crea dal nulla, e da un’arancia spremi un’arancia, come è sottolineato nel libro, cioè, da un artista spremi l’artista stesso.
Generalmente egli è un essere umano più sensibile, più attento al mondo che lo circonda, ed è quindi inevitabilmente influenzato dal luogo in cui opera, dalla società in cui vive, dalle condizioni in cui versa.
La vita non è attorno a noi, siamo tutt’uno con essa. L’artista non mostra un fatto, una persona, un evento. Egli mostra sé in quell’evento ed in quel ritratto.

Quindi, anche se io espongo una fotografia di un barcone pieno di emigranti, coinvolgo lo spettatore con un carico emotivo (lo spettatore sensibile, che è andato a vedere la mostra).
Lui, lo spettatore, i migranti li vede anche nel quotidiano, ma non riesce a solidarizzare con loro, perché sono distanti, estranei, non appartengono al SUO mondo (egli crede…). La foto invece glieli sbatte in faccia, alla mostra. Così non può scappare. Li DEVE vedere. E certamente non si sente solo, perché li condivide con tutti noi nel quotidiano.
Ma in questo modo ho fatto anche della CRONACA, ho prodotto una azione UTILE per la coscienza, utile per il cambiamento, utile per non lasciare assopire le reazioni di fronte alla iniquità delle scelte umane.

(Noi artisti) Possiamo creare solo in due modi: compartecipi del genere umano e della sua condizione universale oppure allontanando ogni prosaica espressione di esso, marchiando in modo perimetrale la nostra arte come “indipendente” dall’atto politico. Indipendente perché di ELITARIA concezione, che non si sporca di fatti concreti.

Perciò mi domando: qual è il fine (se c’è) di questi artisti? Dov’è, che si avvicinano e toccano personalmente lo “spettatore”? Ditemelo voi, Artisti.

3. Artivismo#1

3. Artivismo#1

Artivismo, dunque. Il sottotitolo del libro del professor V. Trione “Artivismo: Arte, Politica, Impegno”, che io consiglio caldamente a tutti coloro che si interessano di arte, ben definisce i tre campi con cui io ritengo un artista d’oggi dovrebbe confrontarsi: ARTE (non diamola per scontata), POLITICA, IMPEGNO.

L’artista dovrebbe recepire tutto ciò che normalmente un essere umano non arriva a sentire più a causa delle sollecitazioni economiche e della azione (Stimoli! Stimoli! Stimoli!) perdendo quindi i tempi della meditazione, dello studio e della lentezza. Egli, messo di fronte alla realtà, se si pone con l’animo aperto, senza chiusure culturali, senza regole prefissate, senza scopi edonistici, può trovare l’ispirazione per la creazione di un atto performativo o tangibile: esplora e scopre materialmente manufatti d’arte che impattano e sortiscono presupposti per un miglioramento mentale e quindi materiale della società tutta.

L’arte è politica, e chi decide di non fare politica con l’arte ha già compiuto un atto politico. Quindi l’arte sociale non è arte di second’ordine alla arte pura, ma ne è, a mio parere, il compimento finale. Un atto creativo è SEMPRE un atto politico.

Io credo che la spinta innovativa data dagli artisti sociali contemporanei sia forse superiore a quella di chi ha iniziato già nei primi del Novecento. Ovviamente non sono tutti ma sono tanti, coloro che veramente “si sporcano” l’anima ed il corpo partecipando attivamente alla nascita di un atto creativo “politicizzato” efficace.
Pensando al Novecento, il primo atto di questo tipo che sicuramente si percepisce di forte impatto politico e di sostanziale effetto sull’opinione pubblica è “Guernica” di P. Picasso.
Tanti conoscono il quadro, pochi sanno che Picasso ha risposto ad una richiesta di “intervento artistico” dei repubblicani spagnoli, compiendo un’azione con audacia inconsueta in una lotta per la libertà che stava mietendo vittime su tutti i fronti.

In questo particolare caso, Guernica fu bombardata come atto intimidatorio dalla Luftwaffe. Sono morte in molti, sterminati dalle bombe sganciate dagli aerei tedeschi, presenti nel quadro.
Era perlopiù una città di civili, e lo si legge nel dipinto, dove vediamo donne, bambini e uomini a terra.
In tempi non facili, un artista si è messo di fronte ad un atto politico prorompente, prendendo le parti di una delle due maggiori rivendicazioni allora insistenti in Spagna. L’altra erano i Nazionalisti. Ma che si sappia, non è stato chiesto a nessun artista di tale fede di creare un’opera d’arte di tale entità a gloria dei suoi appartenenti.

C’è da dire che un artista è emblematico di un’altra parola: LIBERTA’. Difficilmente si troverà dalla parte opposta a questa linea. L’Artivismo continua….

2. Arte per chi?

2. Arte per chi?

Quando ho iniziato seriamente ad occuparmi di Arte, riducendo ogni altra attività al minimo vitale, la priorità immediata è stata quella di realizzare manufatti con l’obiettivo di incidere con una “Propaganda Emozionale” legata ai fatti socialmente in cronaca.
Uno spirito interiore, rivolto il più possibile verso l’esterno, si è fatto strada nel mio mondo creativo. Perseguendo questo fine, i modus operandi si sono rivelati molteplici, diversi per ogni tema che mi ha coinvolto.

Cerco i materiali adatti alla fruizione del gesto, all’azione senza forzature; per ampliare il più possibile un orizzonte sempre più lontano (il presente ed il futuro) che va responsabilmente osservato e mai perso di vista.

Guardare e non Toccare, non per comando, ma per impossibilità fisica e mentale ad essere e vivere in quei luoghi o con quelle persone che fanno parte dell’Umanità, devastati o sollecitati ad una vita cui non aspirano, spinti ad accettare senza alternative. Continuo a sentirmi sempre più ferita dalle azioni disconnesse e autolesive che l’essere umano compie verso il proprio nido, la propria terra, il proprio ambiente naturale.
Il tutto ovviamente, legato a doppio nodo.

Quindi osservo, a lungo. E sono devastata all’idea di essere solo stata molto fortunata ad essere parte di una società dove posso andare a dormire senza un’arma accanto, dove tutti i giorni della mia vita posso mangiare più volte al giorno, dove posso essere curata da una sanità pubblica (Anche se, negli ultimi anni, molti non sarebbero d’accordo, con la mia piena comprensione).

Questa stessa società, però, è anche quella che sta devastando altre risorse, umane e ambientali, che inevitabilmente si piegherà alle diverse sorti dell’economia globale. Specie nella prosecuzione delle guerre in atto.

Al momento sono e mi sento così fortunata che la voglia di impattare con questo scopo si è fatta strada irrompendo come la rottura di una diga; senza freni, senza ostacoli, senza filtri. Ne è venuto fuori quella che si potrebbe definire Arte Sociale nella sua accezione prettamente Politica. O qualcosa che si avvicina molto a questa definizione, arrecando un fastidioso disturbo concettuale a coloro che ancora ritengono che l’arte debba essere elitaria, lontano dall’umano prosaico.

Io sono una neofita  in questo senso- così ho cominciato a studiare, conoscere, interiorizzare, a guardare con occhio critico, ad imparare a tradurre le opere d’arte (e le azioni) che quest’arte produce.
Ci sono molti artisti, conosciuti o meno, che si rendono consapevoli delle loro azioni, che si responsabilizzano rispetto al mondo, e scelgono di praticare apertamente la denuncia politica; video, azioni performative, quadri, aiuti reali.

Vi racconterò questo presente ricchissimo, prendendo spunto proprio dalle letture macinate nel tempo,

Una su tutte, il libro “Artivismo – Arte, Politica, Impegno” di V.Trione.

1. Perchè un Blog

1. Perchè un Blog

Ci possono essere giorni sicuramente migliori per iniziare a fare qualcosa di utile. Giorni in cui non ci sono “guerre così importantida conquistare un posto nei quotidiani nostrani, o quelli in cui l’acqua è ancora a disposizione dei “paesi ricchi, per cui non occupa un posto nei quotidiani nostrani…..
Ma non ci sono, questi giorni.

Ho deciso dunque di realizzare un blog, in questo momento, nel tentativo di unire l’Arte (o come direbbe A. Warhol: l’”arte arte“) all’argomento sociale (vedi sopra) ed alla sua comunicazione, tramite una visione di diversa autonomia che unisce appunto questa pratica a chi genera arte. Magari avvicinando un pubblico maggiore al CONTEMPORANEO, perché applicato al reale.

Una parola sicuramente abusata, ARTE CONTEMPORANEA. Perché si perde di vista spesso il significato di questo termine, inglobando tutto ciò che già esiste nell’arte classica e nell’arte moderna in chiave attuale: come l’arte che si fa “nuova” sul vecchio.
Nuove interpretazioni delle tecniche applicate alle produzioni precedenti. Con pessimi esempi: ricicli di eleganti statue antiche in chiavi di lettura diverse (che barba che noia), o le avanguardie riciclate degli anni 70, l’art brut, l’arte astratta, l’arte metafisica, il segno, il vuoto.
Eppure abbiamo esempi in chiave innovativa, che con il loro utilizzo creano composizione di visione contemporanea (vedi il grande Pistoletto).

È più facile, forse, creare una mostra realizzata su un mezzo tecnico conosciuto? Perché continuiamo a vedere sempre i soliti noti nelle grandi mostre? Ed è questo il motivo per cui, con una solida base di richiamo a correnti già conosciute, gallerie meno note si riservano produzioni senza sorprese e quindi senza contemporaneità?

Ma soprattutto, perché una ARTE di difficile lettura?
L’Arte Contemporanea dovrebbe (DEVE) rispecchiare ciò che viviamo al momento, avere un impulso di appartenenza, di coesione, di coinvolgimento. Un gesto innovativo, anche estemporaneo, una breccia verso l’ignoto, una profonda attualità.

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Pur essendo io un artista (semi)sconosciuta, un minimo ingranaggio in un grande meccanismo, esprimo il mio pensiero personale su un sistema che io sento troppo autoreferenziale e che mal si dispone, sdoganando qualunque gesto scioccante.

Invito tutti coloro che leggono ad intervenire in questi articoli, a dire la loro. Questo perché credo nel contraddittorio e quindi spero nella reazione di artisti/e come me che vogliono esprimere il loro pensiero o addirittura creare nuovi modi espressivi plurali.